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lunedì 16 novembre 2009
Influenza A: lo studio, menu' colorato 'scudo' contro virus invernali
Un forte sistema immunitario è il primo alleato per tenere a bada il virus influenzale. Secondo uno studio americano , il segreto per rinforzare le nostre difese è nei colori 'nascosti' nel piatto. Seguire un menù colorato, infatti, aiuta a fare il pieno di vitamine, minerali e fibre, ma frutta e verdura contengono anche fitonutrienti, composti che si ritiene siano le stesse sostanze che regalano a questi cibi i loro colori. Proprio i fitonutrienti apportano una serie di benefici per la salute. Ma, secondo l'America's Phytonutriant Report diffuso oggi, ben 8 americani su 10 non seguono una dieta colorata. Così non si fa il pieno di preziose sostanze riconoscibili dai 5 colori degli alimenti che le contengono: verde, rosso, bianco, blu-viola e giallo-arancio. In particolare, i cibi rossi sono utili al sistema immunitario e alleati della salute cardiovascolare: dai pomodori alle melagrane, ai frutti di bosco rossi, fino al pompelmo rosa, questi cibi contengono licopene e acido ellagico. Anche i cibi giallo-arancioni sono alleati delle difese immunitarie, e utili per la vista e la salute cardiovascolare: carote, zucca, patate dolci e ananas aiutano a tenere la pelle idratata nei mesi freddi e sono miniere di betacarotene, alfacarotene, luteina, quercetina e altri fitonutrienti che possono essere trasformati in vitamina A. Il suggerimento degli autori dello studio, dunque, è quello di mangiare due cibi di ogni categoria di colore per un totale di 10 'assaggi' al giorno. Per affrontare in salute le insidie dell'inverno. (Adnkronos Salute)
sabato 12 settembre 2009
Febbre suina: esperti, macchine salva-polmoni attive in tutta Italia
Le macchine salva-polmoni, per quella che in gergo tecnico viene chiamata Ecmo (Extra-corporeal membrane oxygenation), "sono a disposizione dei cittadini qualora ve ne fosse bisogno". Anche se "il loro utilizzo in caso di influenza o infezioni polmonari è assolutamente eccezionale". A tranquillizzare l'opinione pubblica, sulla disponibilità nella Penisola della strumentazione che sta tenendo in vita il giovane ricoverato a Monza per le complicanze della nuova influenza A, è la Società italiana di chirurgia cardiaca (Sicch). "Tali apparecchiature - ricordano gli esperti in una nota - ebbero il loro esordio clinico negli anni '50 (il primo utilizzo fu il 6 maggio 1953 con un'apparecchiatura ideata da John Gibbon, un cardiochirurgo, e da 6 ingegneri della IBM). Da allora più del 90% degli interventi cardiochirurgici viene svolto con e grazie a queste macchine. L'esperienza maturata in cardiochirurgia nell'uso di apparecchiature per la circolazione extracorporea ha condotto ad enormi ed essenziali progressi. L'uso di queste macchine per trattare disfunzioni respiratorie è stato sviluppato negli anni '80 a Milano grazie alla ricerca iniziata dal professor Luciano Gattinoni", oggi primario di anestesia e rianimazione alla Fondazione Policlinico del capoluogo lombardo. "Da allora l'Italia è in prima linea a livello internazionale nello sviluppo tecnologico e clinico di tale settore e nella cardiochirurgia", continua la Sicch. E "sebbene l'uso di tali apparecchiature sia rarissimo ed assolutamente eccezionale per il trattamento di infezioni respiratorie, non lo è invece per il supporto delle attività cardiache nei gravi casi di scompenso cardiaco. Per questo motivo praticamente ogni centro di cardiochirurgia e i centri di rianimazione con grossa esperienza nel trattamento delle disfunzioni polmonari gravi sono già dotati di apparecchiature Ecmo ed attualmente in grado di effettuare tale supporto cardio-polmonare o solo polmonare". La Sicch ricorda inoltre che, nell'ambito dei suoi programmi di aggiornamento, ha organizzato anche l'anno scorso un Corso intensivo di aggiornamento per l'Ecmo in tre sessioni (Nord, Centro e Sud Italia), con i maggiori esperti mondiali e italiani. L'esperienza didattica ha permesso di redigere un documento multimediale che la società sta per rendere disponibile ai propri soci e al personale coinvolto nell'utilizzo di tali dispositivi.
domenica 21 dicembre 2008
Medicina: 11 mln italiani con reflusso gastroesofageo, costi alle stelle
E' un vero e proprio esercito quello degli italiani con malattia da reflusso gastroesofageo (Mrge). I connazionali con bruciore alla bocca dello stomaco, rigurgito ed esofagite sono 11 milioni, "dunque la malattia ha una prevalenza di ben il 18% nel nostro Paese", rileva Marcello Tonini, docente di scienze forensi e farmacotossicologiche all'università di pavia . L'occasione è la presentazione, oggi a Roma, di uno studio internazionale che ha indagato i costi della malattia in sei Paesi: Italia, Francia, germania , Gran bretagna , Spagna e Svezia. E che ha visto lavorare insieme medici ed economisti. Lo studio ha analizzato l'impatto della Mrge sulla qualità della vita di chi ne soffre, ma anche gli aspetti economici della malattia. Sia i costi diretti che quelli indiretti relativi alle giornate di lavoro perse o alla scarsa produttività, proprio a causa della malattia. La Mrge, infatti, 'brucia' in media 5,7 ore alla settimana, tanto quanto il mal di testa e più di artrosi (4,8 ore), allergie (4,1) e ipertensione (3,3). Ma ad andare in fumo sono anche gli euro necessari a curarla, sia bene che male. In base alle analisi dell'economista dell'università di Barcellona (Spagna) Josep Darba, "ogni paziente costa in media 242 euro per i farmaci, 74 per le eventuali ospedalizzazioni e 26 per il tempo dedicato dai medici alle visite. Il che significa che l'Italia spende ogni anno 3 miliardi e 443 milioni di euro di costi medici diretti". Come se non bastasse, l'assenteismo sul posto di lavoro aggiunge un miliardo al conto. E il presenteismo, indicato come la presenza alla scrivania ma non al 100% delle proprie possibilità, ne aggiunge altri 4 miliardi e 400 milioni. Insomma, cifre da capogiro a cui vanno aggiunte le risorse spese male per via delle terapie non adeguate alle necessità del paziente, che si risolvono in farmaci sbagliati, ricoveri ospedalieri e peggioramento delle condizioni che possono sfociare in patologie più serie e costose tra cui l'esofago di Barret o l'adenocarcinoma dell'esofago. Da qui la necessità, sottolinea Tonini, "di una corretta diagnosi e soprattutto della giusta cura per le esigenze del malato. I farmaci oggi a disposizione, gli inibitori della pompa protonica (Ipp) che riducono l'acidità dello stomaco, sono cinque. Ma gli effetti migliori si ottengono con i due di ultima generazione: l'esomeprazolo e il pantoprazolo. E' chiaro - aggiunge - che dovranno essere queste due molecole la scelta d'elezione per i pazienti più complicati o con le forme meno facili da trattare. Anche se costano di più". Il farmacologo rivolge a questo proposito una severa critica alle Regioni che hanno introdotto delibere restrittive che, inserendo il prezzo di riferimento, di fatto limitano l'accesso di questi farmaci a tutti i malati per i quali sarebbero indicati. "Nelle Regioni senza il prezzo di riferimento - continua Tonini - esomeprazolo e pantoprazolo assorbono il 24% del mercato degli Ipp, mentre nelle altre (Lazio, Sicilia, Puglia, sardegna , Liguria, Abruzzo, Molise e Calabria) la percentuale è solo all'11%. Le delibere - conclude - sono state criticate anche dall'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), che ha ammesso l'esistenza di differenze sostanziali, e di un problema da affrontare". (Adnkronos Salute)
venerdì 14 novembre 2008
Medicina: fibromialgia in rosa, male incompreso per 2 mln italiani
A prima vista sembrano persone sane, ma in realtà soffrono a 360 gradi: dolori diffusi e senza tregua, uniti a stanchezza, colon irritabile, alterata sensibilità a più parti del corpo, perdita di memoria, difficoltà di concentrazione e addirittura ansia o depressione in un caso su 4. Sono i malati incompresi di fibromialgia, una patologia cronica che colpisce 2 milioni di italiani, donne 9 volte su 10. Pazienti che rischiano lunghe odissee da un medico all'altro, e che prima di essere riconosciuti sono spesso costretti a convivere con l'impietosa l'etichetta di 'malati immaginari'. Perché per diagnosticare la fibromialgia non esistono per ora esami specifici. A puntare i riflettori su questa condizione tuttora misteriosa, forse causata da un 'tilt' dei circuiti neurologici che abbatte la soglia di sopportazione al dolore, è un opuscolo informativo dedicato da Onda (Osservatorio nazionale sulla salute della donna) a tutte le italiane. Presentato oggi a Milano in Comune, il vademecum può essere anche scaricato online cliccando all'indirizzo www.ondaosservatorio.it. "Sebbene possa assomigliare a una malattia articolare - spiega Piercarlo Sarzi Puttini, direttore dell'Unità complessa di Reumatologia dell'ospedale Sacco del capoluogo lombardo - la fibromialgia non è artrite e non causa deformità articolari. È una forma di reumatismo extra-articolare o dei tessuti molli. Per questo manca di alterazioni di laboratorio e gli esami non possono identificarla. La diagnosi dipende dai sintomi che il paziente riferisce, e questo può portare a considerarli 'immaginari' o non importanti. Naturalmente non è così". E per gestire la gravità dei sintomi che avvertono, questi malati hanno spesso bisogno anche di un supporto psicologico. O meglio di un "approccio 'biopsicosociale' - afferma Riccardo Torta, professore aggregato di Psicologia clinica e direttore della Struttura complessa di Psicologia clinica e oncologica dell'azienda San Giovanni Battista Le Molinette-università di Torino - che deve tenere conto della componente fisica, emozionale e relazionale" per ogni paziente. "Da vari anni - ricorda la presidente di Onda, Francesca Merzagora - nel mondo scientifico sta assumendo crescente evidenza l'osservazione che molte delle malattie che comportano dolori cronici, tendono ad avere una maggiore incidenza nel sesso femminile. Tra queste ha una particolare rilevanza la fibromialgia, che costituisce quindi un impegno prioritario per il nostro Osservatorio". Negli ultimi 10 anni, evidenzia una nota, la fibromialgia è stata meglio definita attraverso studi che hanno stabilito le linee guida per la diagnosi. "Sebbene l'esame obiettivo (visita) sia solitamente nella norma e le persone possano apparire sane - sottolinea Sarzi Puttini - un attento esame dei loro muscoli rivela la presenza di aree dolenti in sedi specifiche". Non tutti i medici conoscono la fibromialgia, aggiunge l'esperto, ma "la maggior parte dei reumatologi sa come eseguire la valutazione dei 'tender points' per arrivare a una diagnosi". Eppure spesso i malati di fibromialgia "si sottopongono a molti test, e vengono visitati da molti specialisti mentre sono alla ricerca di una risposta sulla causa della loro malattia - dice Merzagora - Questo porta a paura e frustrazione, che può aumentare la percezione del dolore". Di questi pazienti "viene spesso detto che, poiché obiettivamente non hanno nulla e gli esami risultano nella norma, non hanno una reale malattia. I familiari, gli amici e il medico di famiglia possono quindi dubitare dell'esistenza di tali disturbi, aumentando l'isolamento, i sensi di colpa e la rabbia nei pazienti" che per il dolore a volte non riescono neppure a lavorare o a coltivare i rapporti sociali. Da qui il ruolo cruciale dell'informazione, ai pazienti e agli operatori sanitari. Parola di esperti, questi malati richiedono più attenzione e un approccio multidisciplinare che coinvolga il terapista della riabilitazione e occupazionale, il reumatologo o lo psicologo. Una strategia che deve prevedere un doppio intervento. "La frequente sovrapposizione di ansia, depressione e stress cronico nelle sintomatologie dolorose, compresa la fibromialgia - continua Torta - spiega il motivo dell'impiego di psicoterapie e antidepressivi: le prime per agire sulle componenti cognitive, comportamentali e relazionali investite dalla sofferenza, i secondi non solo per agire sul tono dell'umore, ma soprattutto per intervenire sulla componente dolorosa - puntualizza lo specialista - verso la quale questi farmaci esercitano una diretta azione di contenimento", precisa. Ma anche i gruppi di supporto, le pubblicazioni e i siti Internet rappresentano importanti 'alleati' per molti di questi pazienti. Perché spesso sapere che non si è soli può essere già di per sé un aiuto prezioso. Molti malati di fibromialgia migliorano e sono in grado di convivere con la propria condizione in maniera soddisfacente, assicurano i medici. Urge però una migliore comprensione delle cause e dei fattori che possono aggravare o rendere cronica questa patologia, così come sono auspicabili una migliore terapia farmacologica e la possibilità di fare prevenzione. (Adnkronos Salute)
martedì 15 luglio 2008
Salute: fertilita' a rischio per uomini obesi o diabetici
Sono ridotte al lumicino le speranze di diventare papà se l'aspirante genitore deve fare i conti con i chili di troppo o il diabete. Due studi presentati a Barcellona, dove è in corso il 24esimo congresso della Società europea di riproduzione umana ed embriologia (Eshre), mettono l'accento sui rischi per la fertilità maschile provocati dall'eccesso di zuccheri e dall'obesità. "Gli uomi obesi - chiarisce Ghiyath Shayeb, dell'università di Aberdeen - se vogliono tenere in braccio il proprio bambino devono prima mettersi in testa di perdere peso, perchè tanti più sono i chili che devono portarsi dietro - aggiunge - minore sarà la quantità e la qualità di liquido seminale prodotto e alta la percentuale di anomalie negli spermatozoi". Le conclusioni dello studio scozzese sono suffragate dall’analisi dei dati raccolti tra 5.316 uomini che si erano rivolti in precedenza a centri per la fecondazione assistita. Di questi 2.037 hanno fornito tutte le informazioni personali, comprese quelle sul proprio indice di massa corporea. Quindi, gli scienziati hanno diviso gli aspiranti papà in quattro gruppi, da quelli sottopeso a quelli fortemente sovrappeso. E dopo aver standardizzando i dati 'depurandoli' dagli altri possibili fattori che incidono sulla fertilità - come il fumo, l'abitudine all'alcol, l'età o il tempo di astinenza prima del prelievo del liquido seminale - hanno scoperto il ruolo del peso nel determinare la qualità dello sperma. "Gli uomini appartenenti al gruppo delineato dai parametri di peso normale - rivela Shayeb - sono risultati quelli con la maggiore quantità di seme, e di qualità nella norma". Il secondo studio, della Queen’s University di Belfast rivela invece come "il diabete daneggi il Dna dello sperma. Tanto che - spiega Con Mallidis - l'aumento del numero dei diabetici in eta’ giovanile coincide con il problema dell'infertilità maschile in ascesa". Lo scienziato spiega che i danni prodotti dall'eccessiva presenza di zuccheri nell'organismo si riflettono a livello molecolare. Studiando campioni di sperma prelevato a uomini sottoposti a insulinoterapia, infatti, Mallidis ha scoperto che "all’esame con il microscopio le differenze tra uomini diabetici e sani sono lievi, ma se si analizza il Dna il quadro diventa un altro, con numerose anomalie proprio nel sistema di 'riparazione' del codice genetico, dunque del Rna. Soprattutto si osserva una diminuzione di una proteina responsabile della produzione della sperminina e spermidina, che regolano la crescita delle cellule e stabilizzano il Dna. E allo stesso tempo aumentano invece i livelli di un composto, nel tratto riproduttivo maschile, legato alla presenza degli zuccheri e in grado di daneggiare il Dna", conclude lo scienziato.
Salute: fertilita' a rischio per fumatrici over30 e in carne, amanti caffe' e drink
Emancipazione femminile nemica del desiderio di diventare mamma. E' questo il dilemma 'in rosa' che ancora una volta emerge dal 24esimo congresso della Società europea di riproduzione umana ed embriologia (Eshre), in corso a Barcellona, in Spagna. Se è vero che i problemi di fertilità riguardano sempre più spesso anche lui, resta evidente come stile di vita occidentale e ambizioni di maternità non vadano d'accordo. Caffè e alcol, per esempio, riducono la fertilità delle donne che già hanno problemi a concepire naturalmente un bimbo. Ma 'sotto accusa' finiscono anche l'alcol, il fumo di sigaretta e i chili di troppo. Uno studio olandese della Radboud University, presentato nel corso del meeting, rivela infatti come bastino 4 tazze di caffè per tagliare di oltre un quarto (26%) le chance di restare incinta. La ricerca, condotta su 9 mila donne ha evidenziato come le stesse percentuali di insuccesso siano attribuibili a quante si concedano qualche drink alcolico tre volte a settimana. Ma più del caffè e dell'alcol possono le sigarette e il sovrappeso, capaci di ridurre a lumicino le speranze di maternità fino a un esiguo 5% per le donne che a 36 anni fumano e hanno addosso qualche chilo di troppo. Oltre a indulgere troppo in caffè e alcol. Evidenze rimarcate anche da Andrea Borini, ginecologo e direttore scientifico di Tecnobios Procreazione che, in base alla sua esperienza rivela come "il sovrappeso sia il nemico numero uno dell'ovulazione, e anche delle probabilità di portare a termine una gravidanza. Colpa di ipertensione, diabete e gestosi. Tanto che ogni ginecologo serio dovrebbe suggerire alla propria paziente con qualche chilo di troppo di dimagrire prima di tentare di restare incinta". Il fumo fa altrettanto male "perchè - ricorda il medico italiano - danneggia i tessuti delle tube". Ma un po' di attenzione va prestata anche all'età, vero termometro della capacità di diventare madri. "Le probabilità di restare incinte - rivela Borini - raggiungono il picco massimo intorno ai 20 anni, quando si attestano a circa il 30% per ogni rapporto nel periodo fertile. Più in generale - aggiunge - il 70% delle ventennni riesce ad avere una gravidanza entro sei mesi. Un ulteriore 15% nell’anno successivo mentre il restante 15% ha già a quell'età problemi di sterilità". Le cose però si complicano rapidamente. Già a 30 anni "le probabilità di restare incinta subito sono scese al 20%, per poi precipitare rapidamente", conclude il ginecologo.
martedì 10 giugno 2008
Cannabis: uso frequente 'restringe' aree cervello di memoria ed emozioni
Fumare troppo spesso marijuana fa 'restringere' il cervello. Questo l'allarme dei ricercatori australiani dell'università di Melbourne, secondo cui un uso frequente e prolungato della cannabis determina un vero e proprio restringimento di alcune aree cerebrali. E in particolar modo quelle deputate alla memoria, alle emozioni e l'aggressività. La scoperta è arrivata confrontando le immagini della Risonanza magnetica ad alta risoluzione scattate al cervello di 15 fumatori abituali di marijuana, che hanno consumato almeno 5 spinelli al giorno per 10 anni, e di altre persone che non avevano mai fatto uso di cannabis. In particolare, l'ippocampo, la 'centrale' della memoria e delle sensazioni, è risultato più piccolo in media del 12%. Mentre l'amigdala che 'gestisce' rabbia e aggressività aveva un volume inferiore del 7,1%. Siccome i consumatori di marijuana erano tutti bevitori di alcol moderati, e non avevano fatto uso di altre sostanze stupefacenti oltre le 10 volte nei 10 anni presi in considerazione, "gli effetti sul cervello sono da imputare direttamente alla cannabis", sentenziano gli scienziati, autori di uno studio pubblicato sugli Archives of General Psychiatry. E le conseguenze del restringimento cerebrale sono state certificate, dai ricercatori, attraverso dei test sulla memoria che hanno dimostrato come i fumatori di cannabis abbiano una memoria a breve e lungo termine peggiore degli altri. "Nonostante il campione di consumatori di marijuana avesse un'età media di 39 anni, le performance della memoria erano quelle di 55-60enni", spiega il coordinatore dello studio, Murat Yucel. Ma c'è di più, avverte lo psichiatra: "queste persone sono maggiormente predisposte a sintomi psicotici come paranoia o isolamento sociale". E per chiarire maggiormente la relazione diretta tra fumo di cannabis e conseguenze sul volume cerebrale, gli scienziati sottolineano che "tanto più si consuma marijuana, maggiore sarà l'effetto di restringimento del cervello".
mercoledì 4 giugno 2008
Sesso: allarme adolescenti, in aumento sifilide e clamidia
Precoci, disinformati, promiscui. E sempre più a rischio malattie sessualmente trasmesse. I dermatologi lanciano l'allarme: sono gli adolescenti i primi a cadere nella rete di patologie come la clamidia, in aumento del 2% o la sifilide che torna a colpire dopo anni di silenzio, facendo registrare una lenta ma incessante recrudescenza del fenomeno. Le vittime ideali? Sono i 'bad guy' all'italiana: ragazzi alla continua ricerca dell'avventura di una sera, incuranti dei rischi e 'nemici' del profilattico, ma in compenso irrimediabilmente affascinati dal mondo dello sballo. Sesso e droga, un connubio che moltiplica i rischi. "L'uso di sostanze stupefacenti non fa che aggravare le malattie, interferendo anche con l’azione dei farmaci", avverte Mario Aricò, presidente della Sidemast (Società italiana di dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle malattie sessualmente trasmesse), società scientifica che insieme all'Adoi (Associazione dei dermatologi ospedalieri italiani) organizza a Napoli, dal 28 al 31 maggio, il quarto Congresso nazionale unificato di dermatologia e venereologia. Il fenomeno è ancor più grave se riferito alla sifilide. "In questo caso la droga crea problemi depotenziando gli effetti della penicillina". Con conseguenze per la salute, legate anche al fatto che l’organismo ha più difficoltà a smaltire i farmaci. Gli esperti della Sidemast hanno osservato un ritorno di questa malattia dimenticata. La sifilide, che sembrava essersi estinta grazie alla scoperta della penicillina, è oggi una patologia in crescita. Soprattutto fra i giovani. Attualmente in Italia, spiega Aricò, si contano 1.200 nuovi casi. "Dopo l'impennata registrata nel 2001 e nel 2002 - ricorda il dermatologo - c'è stato un rallentamento. Ma la sifilide continua a correre e anche quest'anno i pazienti sono aumentati del 5%". A preoccupare gli esperti sono soprattutto le ragazze incinte che rappresentano il 10% dei pazienti. Una situazione ritenuta ancora più a rischio, dal momento che le mamme possono trasmettere l'infezione al nascituro attraverso la placenta. "In casi come questi - prosegue Aricò - è importante capire quando la giovane ha contratto la malattia per curarla tempestivamente con una terapia adeguata. Se la donna si è ammalata durante il primo o il secondo mese di gravidanza, il rischio di contagio è molto alto. Occorre intervenire al più presto per evitare patologie importanti al bambino: la sifilide congenita ha forme estremamente gravi. Se non la si riconosce può portare all'aborto o causare notevoli malformazioni al feto". Nel mirino della malattia finiscono soprattutto i giovani perché, spiega l'esperto, hanno abbassato la guardia. "Non c'è più attenzione ai campanelli d'allarme. Spesso i segnali fisici vengono ignorati e nel nostro reparto, nella clinica dermatologica dell'università di Palermo - segnala Aricò - arrivano sempre più pazienti con una sifilide allo stadio secondario". Alla diagnosi si arriva con circa 6-8 mesi di ritardo. Lo stesso avviene con le uretriti non gonococciche da clamidia. Infezioni sempre più diffuse nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni. L'aumento che è stato registrato quest'anno è del 2% circa. "Si tratta di patologie che possono dare problemi gravi soprattutto alla donna - avverte - perché impegnano tutto l'organo genitale. Un'infezione pelvica disseminata in soggetti immunodepressi può anche trasformarsi in setticemia". I dermatologi hanno anche problemi a capire quanti adolescenti contraggono la malattia: "I numeri che possiamo raccogliere negli ospedali non sono credibili - osserva Aricò - anche perché c'è una sacca di casi sommersi non indifferente. Spesso i ragazzi preferiscono restare nell'anonimato e si rivolgono ai propri amici, piuttosto che ricorrere all'aiuto di un medico".
martedì 13 maggio 2008
Salute: lo studio, parlare piu' lingue fa bene al cervello
Via libera a tate straniere, asili multilingue e vacanze studio all'estero. Imparare a parlare idiomi diversi da quello del Paese nativo fa bene alla salute, almeno a quella della mente. Conoscere e 'masticare' lingue diverse mantiene giovane il cervello, e tiene lontani gli acciacchi legati all'età. La buona notizia per i poliglotti arriva dai ricercatori della Tel Aviv University (Israele), secondo i quali doversi districare tra diversi idiomi protegge la mente dall'invecchiamento. Il team di Gitit Kavé, neuropsicologa dell'Herczeg Institute on Aging dell'ateneo israeliano, ha scoperto infatti che gli anziani che parlano più lingue ottengono i risultati migliori ai test sulla funzionalità cognitiva, come si legge su 'Psychology and Aging'. "Non c'è un elisir miracoloso per tenere a bada gli acciacchi dell'età - ammonisce la studiosa - ma usare una seconda o una terza lingua può aiutare a prolungare gli anni buoni", quelli in cui la mente lavora con prontezza e acutezza. Infatti sembra proprio che un poliglotta, con il passare delle primavere, sia più lucido e pronto rispetto ai coetanei che conoscono una sola lingua. I diversi linguaggi possono creare nuovi legami cerebrali, contribuendo così alla salute della mente. La ricerca è basata sullo studio condotto dal 1989 su un gruppo di persone tra i 75 e i 95 anni. I ricercatori hanno indagato sulla conoscenza e l'abitudine a parlare diverse lingue (da due a tre e oltre), sottoponendo poi gli anziani a una serie di test cognitivi. Ebbene, il risultato non lascia dubbi. Più lingue si conoscono e si parlano, migliore è lo stato di cognitivo di una persona. "A regalare una mente pronta e lucida in tarda età contribuisce anche il grado di istruzione di un individuo", avvertono gli studiosi. Ma sembra che il numero di lingue parlate abbia un effetto benefico a sé. Insomma, avere un cervello giovane è una questione di parole, non solo di diploma o laurea. "Abbiamo scoperto che il fatto di sapersi esprimere in più lingue è correlato in modo più significativo allo stato cognitivo proprio negli anziani che non hanno studiato affatto", precisa la Kavé. A questo punto, evidenzia la studiosa, occorre interrogarsi sul legame tra le diverse lingue e la giovinezza prolungata della mente. Sono le prime a provocare la seconda, o il fatto di aver imparato idiomi diversi non è che il segno di una mente particolarmente acuta, destinata a invecchiare più lentamente del normale? In ogni caso, conclude la Kavé, conoscere una lingua in più oltre a quella nativa non è che una cosa positiva. "Nella mia esperienza professionale le lingue diverse sono benefiche a ogni età: regalano una flessibilità di pensiero - conclude - e un canale in più per comprendere le altre culture al meglio".
Alcol: lo studio, scritta nei geni l'eta' dei primi drink
L'età in cui si inizia con i primi drink è scritta nei geni. O meglio: è anche il nostro Dna a dire la sua su quando si comincia a bere, mentre l'ambiente sociale influenza la quantità di alcol che si manda giù. La prova arriva da uno studio sui gemelli, realizzato dai ricercatori dell'ateneo di Nijmegen (Olanda). Gli studiosi olandesi hanno monitorato i comportamenti di 694 coppie di gemelli, sia maschi che femmine, tra i 12 e i 15 anni. Una parte del campione era composto da gemelli identici, omozigoti, un'altra da eterozigoti. Per separare l'influenza genetica da quella ambientale e sociale, i ricercatori hanno analizzato la data in cui ciascun teenager ha iniziato a bere alcolici e la frequenza. Dai dati dello studio, che verrà pubblicato in giugno sulla rivista 'Alcoholism: Clinical & Experimental Research', è emerso che i geni sono il fattore che incide maggiormente su quando si comincia a bere. In particolare, il Dna è determinante per l'83% dei maschi e il 70% delle femmine. Mentre i fattori ambientali e sociali risultano responsabili della frequenza con cui l'82% degli adolescenti beve alcolici. "Spesso si pensa che l'età dei primi drink sia sostanzialmente legata a fattori sociali, ma non è così - spiega Evelien Poelen, che ha coordinato il progetto - Questo studio mostra che anche i fattori genetici sono coinvolti nell'inizio precoce. Per i genitori è quindi importante non 'stimolare' questi geni, impedendo ai figli di avvicinarsi all'alcol precocemente, anche in assenza di situazioni ambientali pericolose".
domenica 11 maggio 2008
Ictus: colpisce italiani sempre piu' giovani, sotto accusa ecstasy e cocaina
L'ictus? Non è solo 'roba da vecchi'. In Italia sale drammaticamente l'incidenza di questo temibile attacco tra i giovani, con ben 10.400 persone colpite ancor prima di aver spento le 55 candeline. Di questi, addirittura 4.200 hanno meno di 45 anni. E le cose sono destinate a peggiorare con il trascorrere degli anni. Sotto accusa finisce l'abuso di droghe, sempre più diffuso tra i giovani italiani. In particolare, le sostanze eccitanti come cocaina, anfetamina ed ecstasy. "Insomma quelle che comunemente vengono definite le droghe del sabato sera", conferma Danilo Toni, presidente dell'Associazione italiana ictus. A margine della presentazione, oggi a Roma, della IX Giornata nazionale contro l'ictus cerebrale, l'esperto ci tiene tuttavia a precisare che alla base dell'ictus giovanile "vi sono soprattutto cause genetiche, nonché dissecazione delle arterie carotidee e vertebrali causata da traumi o microtraumi ripetuti al collo". Ma anche le droghe eccitanti finiscono sul banco degli imputati, e, accanto all'invecchiamento generale della popolazione, il loro abuso è una delle cause destinata a far aumentare, negli anni a venire, il numero delle persone colpite da ictus. E' un fulmine a ciel sereno che sconvolge la vita di 200 mila italiani l'anno. E' l'ictus cerebrale, un killer silenzioso che ogni anno uccide nel nostro Paese 70 mila persone, mentre altre 50 mila restano con un'invalidità grave che li priva della loro indipendenza. Sono ben 900 mila i connazionali che, nel corso della loro vita, sono stati colpiti da un ictus. Di questi, tantissimi ne portano il segno, indelebile nel corpo oltre che nella memoria. Per mettere in guardia gli italiani da questo nemico giurato della salute, martedì prossimo partirà la settimana nazionale contro l'ictus cerebrale, presentata oggi a Roma in una conferenza stampa presso il Policlinico capitolino Umberto I. Dal 13 al 18 maggio prossimi, sono previste visite gratuite nei principali ospedali della Penisola con screening del rischio ictus, controllo della pressione arteriosa e calcolo del rischio cardiovascolare. Non solo. La campagna, promossa dalla Federazione Alice Italia onlus, porterà nelle piazze di numerose città appositi stand, dove medici e volontari forniranno consigli e indicazioni su come comportarsi in caso di 'emergenza ictus', un temibile imprevisto che, oltre a sconvolgere la vita di chi ne è colpito, grava pesantemente sulle casse del Ssn. In Italia, infatti, l'ictus assorbe circa 3,70 miliardi di euro l'anno solo di costi diretti, quasi il 4% dell'intera spesa sanitaria del nostro Paese.
martedì 6 maggio 2008
Anticancro under 40
di Umberto Veronesi
Il grande male colpisce a ogni età. E aumentano i casi tra i giovani adulti. Ma con la prevenzione la battaglia si può vincere. Cominciando presto a fare i controlli. Abbandonando fumo e grassi. E vaccinandosi contro il virus dell'Hpv. Il celebre oncologo spiega come salvarsi la vita .
A scuola m'interessavano di più le materie scientifiche, ma mi piaceva molto anche l'italiano. Con un grande interesse per le regole della linguistica, e con la curiosità di rintracciare le radici delle parole, che a volte sembrano montate secondo le modalità di un semplicissimo puzzle. Prevenzione, ad esempio, è l'atto, l'effetto del pre-venire. E prevenire ha due significati: precedere qualcuno o qualcosa arrivando prima; e provvedere in anticipo, cercando di evitare qualcosa. L'Associazione italiana per la ricerca sul cancro dedica la sua giornata dell'11 maggio all'urgenza di anticipare i tempi della prevenzione, che colpisce ormai molto anche i giovani adulti. Per loro, per le giovani donne che si ammalano di tumore del seno o per le adolescenti che devono scegliere se vaccinarsi contro il tumore della cervice, mi sembra particolarmente urgente e importante sottolineare che arrivare "prima" del tumore, evitandolo grazie agli stili di vita sani, o battendolo con la diagnosi precoce, significa lavorare sul tempo. Fortunatamente, tranne rari casi di neoplasie fulminanti, il tempo gioca a favore della prevenzione, perché in genere un tumore impiega molto tempo per svilupparsi. Io l'ho definita "la lunga notte del tumore", con l'intento di richiamare l'attenzione sul fatto che proprio questa lunga incubazione ci mette nella condizione di poter fare prevenzione. Anche per i più giovani.In sostanza, la proliferazione tumorale è un processo multifasico, che può durare anche tutta una vita. La crescita cellulare può, nella fase iniziale, non superare quella che chiamiamo "sorveglianza immunitaria": le difese del nostro organismo individuano le cellule tumorali e le eliminano. Si tratta di piccoli miracoli silenti che continuano ad avvenire nel nostro corpo, di cui non ci accorgiamo, di cui non rimane traccia. Che è andata bene, insomma. Negli altri casi, il Dna cellulare, intaccato dagli agenti cancerogeni, subisce un'alterazione che non viene né riparata né bloccata, e le cellule rispondono allo stimolo proliferativo cominciando a moltiplicarsi esageratamente. È un processo che dura anni: cinque, dieci, vent'anni, anche di più. Che cosa succede in tutto questo tempo?
È la domanda alla quale la ricerca sul cancro sta cercando di dare una risposta. Le fasi principali sono sei. Uno, attivazione dell'oncogène. Due, mancata attivazione del gene deputato alla soppressione dell'oncogène. Tre, inizio della moltiplicazione delle cellule tumorali. Quattro, crescita di nuovi vasi sanguigni deputati a nutrire il tumore. Cinque, scomparsa del normale meccanismo di equilibrio che programma la morte cellulare: sostanzialmente, le cellule dei tumori si eternizzano, e sono decenni che questo è stato scoperto in laboratorio, sulle colture cellulari. Infine, la fase numero sei, l'ultima: nella progressione le cellule tumorali hanno acquisito i loro caratteri biologici tipici, tra i quali l'andamento invasivo, la capacità di sviluppare colonie a distanza. Perciò ecco la metastasi.
È la sequenza di un brutto film, di un film che mette i brividi. Ma non è un copione obbligato, non è ineluttabile. Proprio la "lunga notte del tumore", cioè il lungo periodo di latenza, ci permette di giocare sul tempo per battere la malattia. Stiamo andando verso la possibilità di diagnosi sempre più precoci, e probabilmente entro dieci-vent'anni potremo passare sotto un detector in grado di rilevare nel nostro organismo tumori di una sola cellula, che sarà agevole distruggere. Intanto (ed è qui che entrano in campo farmaci più mirati e più efficaci) stiamo cercando d'individuare in modo più accurato la linea di demarcazione tra la fase reversibile di un tumore e il punto di non-ritorno nella traiettoria che porta la cellula sana o l'aggregato di cellule a trasformarsi in una massa di cellule maligne in progressivo accrescimento. Ma giocare sul tempo ha anche un'altra valenza, importantissima. Significa, in buona sostanza, che la prevenzione (sia come stili di vita, sia come semplici e facili controlli di routine per fare diagnosi precoce) va fatta subito, fin da giovani. Bisogna approfittare della "lunga notte del tumore" per batterlo sul tempo, e far sì che non si manifesti. Sappiamo tutti che i giovani si sentono immortali, non vogliono sentir parlare di malattia e di morte, e lo definiscono "gufare", con un parola di gergo giovanile molto espressiva.
Il grande male colpisce a ogni età. E aumentano i casi tra i giovani adulti. Ma con la prevenzione la battaglia si può vincere. Cominciando presto a fare i controlli. Abbandonando fumo e grassi. E vaccinandosi contro il virus dell'Hpv. Il celebre oncologo spiega come salvarsi la vita .
A scuola m'interessavano di più le materie scientifiche, ma mi piaceva molto anche l'italiano. Con un grande interesse per le regole della linguistica, e con la curiosità di rintracciare le radici delle parole, che a volte sembrano montate secondo le modalità di un semplicissimo puzzle. Prevenzione, ad esempio, è l'atto, l'effetto del pre-venire. E prevenire ha due significati: precedere qualcuno o qualcosa arrivando prima; e provvedere in anticipo, cercando di evitare qualcosa. L'Associazione italiana per la ricerca sul cancro dedica la sua giornata dell'11 maggio all'urgenza di anticipare i tempi della prevenzione, che colpisce ormai molto anche i giovani adulti. Per loro, per le giovani donne che si ammalano di tumore del seno o per le adolescenti che devono scegliere se vaccinarsi contro il tumore della cervice, mi sembra particolarmente urgente e importante sottolineare che arrivare "prima" del tumore, evitandolo grazie agli stili di vita sani, o battendolo con la diagnosi precoce, significa lavorare sul tempo. Fortunatamente, tranne rari casi di neoplasie fulminanti, il tempo gioca a favore della prevenzione, perché in genere un tumore impiega molto tempo per svilupparsi. Io l'ho definita "la lunga notte del tumore", con l'intento di richiamare l'attenzione sul fatto che proprio questa lunga incubazione ci mette nella condizione di poter fare prevenzione. Anche per i più giovani.In sostanza, la proliferazione tumorale è un processo multifasico, che può durare anche tutta una vita. La crescita cellulare può, nella fase iniziale, non superare quella che chiamiamo "sorveglianza immunitaria": le difese del nostro organismo individuano le cellule tumorali e le eliminano. Si tratta di piccoli miracoli silenti che continuano ad avvenire nel nostro corpo, di cui non ci accorgiamo, di cui non rimane traccia. Che è andata bene, insomma. Negli altri casi, il Dna cellulare, intaccato dagli agenti cancerogeni, subisce un'alterazione che non viene né riparata né bloccata, e le cellule rispondono allo stimolo proliferativo cominciando a moltiplicarsi esageratamente. È un processo che dura anni: cinque, dieci, vent'anni, anche di più. Che cosa succede in tutto questo tempo?
È la domanda alla quale la ricerca sul cancro sta cercando di dare una risposta. Le fasi principali sono sei. Uno, attivazione dell'oncogène. Due, mancata attivazione del gene deputato alla soppressione dell'oncogène. Tre, inizio della moltiplicazione delle cellule tumorali. Quattro, crescita di nuovi vasi sanguigni deputati a nutrire il tumore. Cinque, scomparsa del normale meccanismo di equilibrio che programma la morte cellulare: sostanzialmente, le cellule dei tumori si eternizzano, e sono decenni che questo è stato scoperto in laboratorio, sulle colture cellulari. Infine, la fase numero sei, l'ultima: nella progressione le cellule tumorali hanno acquisito i loro caratteri biologici tipici, tra i quali l'andamento invasivo, la capacità di sviluppare colonie a distanza. Perciò ecco la metastasi.
È la sequenza di un brutto film, di un film che mette i brividi. Ma non è un copione obbligato, non è ineluttabile. Proprio la "lunga notte del tumore", cioè il lungo periodo di latenza, ci permette di giocare sul tempo per battere la malattia. Stiamo andando verso la possibilità di diagnosi sempre più precoci, e probabilmente entro dieci-vent'anni potremo passare sotto un detector in grado di rilevare nel nostro organismo tumori di una sola cellula, che sarà agevole distruggere. Intanto (ed è qui che entrano in campo farmaci più mirati e più efficaci) stiamo cercando d'individuare in modo più accurato la linea di demarcazione tra la fase reversibile di un tumore e il punto di non-ritorno nella traiettoria che porta la cellula sana o l'aggregato di cellule a trasformarsi in una massa di cellule maligne in progressivo accrescimento. Ma giocare sul tempo ha anche un'altra valenza, importantissima. Significa, in buona sostanza, che la prevenzione (sia come stili di vita, sia come semplici e facili controlli di routine per fare diagnosi precoce) va fatta subito, fin da giovani. Bisogna approfittare della "lunga notte del tumore" per batterlo sul tempo, e far sì che non si manifesti. Sappiamo tutti che i giovani si sentono immortali, non vogliono sentir parlare di malattia e di morte, e lo definiscono "gufare", con un parola di gergo giovanile molto espressiva.
lunedì 5 maggio 2008
Obesita': scoperto segreto per dimagrire senza tagli al menu'
Perdere peso senza rinunciare alle golosità del menù? Presto il sogno di molte persone alle prese con i chili di troppo potrebbe diventare realtà, dal momento che un gruppo di ricercatori australiani sostiene di aver scoperto il segreto per dimagrire senza toccare le calorie. Un team di scienziati di Melbourne ha visto, infatti, che basta manipolare le cellule grasse nei topolini, per accelerarne il metabolismo. In particolare, dopo aver rimosso un determinato enzima, gli studiosi hanno scoperto che gli animaletti 'modificati' potevano mandar giù le stesse porzioni pantagrueliche di quelli normali, bruciando però molte più calorie e accumulando meno peso. Una ricerca pubblicata su 'Pnas' che, si legge sulla Bbc online, potrebbe dare il via a farmaci brucia-grassi e aiutare a combattere il diabete. Lo studio ha scoperto che i topi in cui l'Ace(enzima di conversione dell'angiotensina) era stato rimosso, in media erano il 20% più leggeri dei compagni normali, e avevano fino al 60% in meno di grasso corporeo. A causa del loro rapido metabolismo, questi animaletti sono risultati anche meno a rischio di diabete, perché in grado di metabolizzare gli zuccheri più rapidamente. La buona notizia è che esistono già farmaci che bloccano l'azione dell'Ace nell'uomo: attualmente vengono usati per combattere l'ipertensione. Dunque quest'ultima ricerca potrebbe favorire la messa a punto di pillole speciali per perdere peso senza troppe rinunce. La questione, a questo punto, è capire se queste nuove pillole avranno sull'uomo lo stesso effetto scoperto nei topi.
venerdì 25 aprile 2008
Macché cancerogeno, il peperoncino fa benissimo
E’ stato condannato senza processo, senza prove, senza indizi. Ma il peperoncino è assolutamente innocente. Anzi è una pianta altamente benemerita. Mangiatene pure senza paura.Lo afferma l’Associazione Nazionale Medici Fitoterapeuti (Anmfit) in relazione alle notizie di stampa circa una presunta pericolosità dell’alimento, additato in un congresso di Urologia in corso a Roma come fattore di rischio di malattie prostatiche, tra cui il tumore. “Niente di più falso”, commenta il presidente dell’Anmfit, Fabio Firenzuoli, direttore a Empoli del Centro di Medicina Naturale e del Centro di riferimento per la Fitoterapia della Regione Toscana.“Così come servono prove scientifiche per dire se una sostanza fa bene alla salute o se addirittura serve per curare certe malattie”, aggiunge, “servono prove anche per affermare che una sostanza è tossica o pericolosa o cancerogena. Servono prove anche se la sostanza è naturale e, a maggior ragione, se si tratta di un alimento. Altrimenti si rischia di provocare inutili allarmismi, peraltro privi di qualunque fondamento”. L’Anmfit ricorda dunque che dal punto di vista scientifico, e non popolare, la realtà dei fatti, è la seguente:1) il peperoncino non è cancerogeno. Le popolazioni che ne fanno più uso (Messico) non presentano infatti una maggiore incidenza di cancro prostatico;2) non esiste alcun lavoro scientifico, né sperimentale, né epidemiologico, che dimostri la pericolosità della piatta in questione. Tutti i lavori scientifici, pubblicati su riviste internazionali, dimostrano l'esatto contrario. E cioè:1) il peperoncino è tra tutte le piante quella con più spiccata attività antiossidante, maggiore anche dei broccoli e delle carote. Inoltre è dotato di elevata attività antiproliferativa su cellule tumorali;2) induce la cosiddetta Apoptosi, cioè favorisce la morte programmata delle cellule del tumore prostatico;3) la Capsaicina, una delle sostanze contenute nel peperoncino, agisce sul citocromo P450, inibendo così la formazione nell'organismo di pro-cancerogeni naturali. Non solo: la Capsaicinala capsaicina inibisce la crescita di cellule tumorali prostatiche4) i Carotenoidi, ovvero le sostanze responsabili del colore giallo e rosso del peperoncino, hanno dimostrato una potente attività antitumorale in vitro;Per concludere, il peperoncino come alimento favorisce la digestione, offre una buona quantità di sostanze protettive e antiossidanti, e presenta anche interessanti proprietà farmacologiche sfruttabili in medicina: maggiormente studiate sono le attività contro il dolore e la cefalee in particolare. Importanti a questo proposito le ricerche del professor Pierangelo Geppetti, (Istituto di Farmacologia, Università di Firenze), uno dei massimi ricercatori mondiali proprio sui recettori nervosi della Capsaicina.“Chi gradisce il peperoncino”, spiega Firenzuoli, “può quindi mangiarlo tranquillamente senza rischi. Anzi, proprio i maschi devono sapere che la pianta contiene sostanze addirittura utili nella prevenzione del cancro prostatico”.
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